Che cosa nasconde la guerra a Bernabè in Telecom

Il primo segnale di allarme è stata l’uscita dei Benetton. Con la famiglia di Ponzano Veneto che ha salutato Telco, nei Palazzi della politica la preoccupazione è montata. L’interrogativo è: ma Telecom è ancora italiana? La domanda sembrerebbe retorica a guardare l’azionariato della scatola che controlla l’ex monopolista. E’ vero che Telefonica è a un passo dal 50 per cento in Telco, ma ha sempre un consigliere in meno rispetto al nocciolo italiano (Generali, Intesa, Mediobanca). Insomma, il timore è che sia ormai solo questione di tempo. Poi Telecom parlerà spagnolo.
20 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 05:57
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Il primo segnale di allarme è stata l’uscita dei Benetton. Con la famiglia di Ponzano Veneto che ha salutato Telco, nei Palazzi della politica la preoccupazione è montata. L’interrogativo è: ma Telecom è ancora italiana? La domanda sembrerebbe retorica a guardare l’azionariato della scatola che controlla l’ex monopolista. E’ vero che Telefonica è a un passo dal 50 per cento in Telco, ma ha sempre un consigliere in meno rispetto al nocciolo italiano (Generali, Intesa, Mediobanca). Insomma, il timore è che sia ormai solo questione di tempo. Poi Telecom parlerà spagnolo.
Il secondo segnale è stato l’allontanamento di Stefano Pileri, lo storico capo della rete.
Se Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom, ha sempre avuto un filo diretto con Gianni Letta, Pileri era considerato da tutti gli altri interlocutori, dal viceministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, al Garante delle Comunicazioni, Corrado Calabrò, il vero uomo del dialogo. Un manager apprezzato anche dal presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi. Invece Telefonica è da sempre l’azionista più ostile a qualsiasi ipotesi di scorporo della rete. L’addio di Pileri, dunque, è stato letto dagli osservatori come un arrocco sull’infrastruttura. Anche perché, nel frattempo, Vodafone, Wind e Fastweb hanno cominciato a muoversi. Con l’aiuto di Francesco Caio stanno studiando modi e tempi per realizzare la rete di nuova generazione, in fibra ottica, quella che qualcuno definisce ultra-banda larga o banda larghissima.
Anche senza coinvolgere Telecom, ma utilizzando comunque le canaline della vecchia rete in rame. Il piano Caio, in realtà, prevede due step. Il primo vedrebbe impegnati i tre operatori alternativi a Telecom. Il secondo, invece, sarebbe incentrato sulla discesa in campo di Cassa depositi e prestiti (Cdp) e di Poste ed eventualmente quella di altri operatori interessati come Mediaset. In questa fase l’operazione riguarderebbe l’intera rete dell’ex monopolista. C’è chi interpreta queste fibrillazioni come un mezzo, neppure tanto celato, per cercare di convincere Telecom a non arroccarsi sulla rete. Anche perché l’ex monopolista, oltre a non pensare al futuro – secondo i critici di Bernabè – non preserva al meglio il presente, ossia la rete in rame. I numeri sugli investimenti parlano chiaro. Uno studio dell’economista Riccardo Gallo, che da giorni è compulsato in ambienti governativi, svela la situazione del patrimonio tecnico del gruppo facendo un raffronto degli ultimi dieci anni.
La conclusione? “Telecom ha rallentato la dinamica tecnologica e oggi non è immune da obsolescenza”. In dieci anni, scrive Gallo conti alla mano, il flusso di investimenti è diminuito di 2,3 miliardi mentre nello stesso periodo per le multinazionali è rimasto costante. Quindi sono necessari investimenti, ma Telecom ha un fardello di 35 miliardi di indebitamento e non gode delle spalle larghe che hanno altre compagnie europee, come in Francia e Germania, dove lo stato ha ancora un peso nei gruppi telefonici. Il governo comunque è pronto a stanziare gli 800 milioni necessari a colmare il digital divide delle zone senza Adsl. “Ma quella somma – dice al Foglio Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti e tlc della Camera ed esponente di punta del Pdl – non favorisce la banda larga necessaria all’Italia, anzi si potrebbe risolvere in un mero aiuto a Telecom”. Il modello che Valducci indica per realizzare la rete in fibra ottica è quello di Terna (rete elettrica): controllo pubblico, azionisti di minoranza privati e scorporo della rete di Telecom (l’intervista integrale a Valducci oggi su 2+2, il blog di economia e finanza del Foglio.it, con un’intervista anche a Pileri).